Telelavoro e smart-working nella PA: impressioni da un convegno

Il 2 dicembre scorso, a Roma, si è svolto il convegno Telelavoro e smart-working nel pubblico impiego, organizzato dall’associazione CADIT, che è il Coordinamento Autonomo dei dipendenti pubblici per il telelavoro e la mobilità sostenibile.

Un convegno estremamente interessante, che ha dimostrato l’elevatissima attenzione verso una modalità di lavoro ormai universalmente riconosciuta come attuabile, ma purtroppo ancora più oggetto di chiacchiere che di realtà.

Le realtà di telelavoro in PA, infatti, sono finora circoscritte ad un numero molto limitato di dipendenti in un numero molto limitato di enti. Davvero troppo poco. Già, perché per tutti erano validissime delle osservazioni base, che elenco adesso e che daremo per scontate.

  • Il lavoro a distanza è più adeguato al lavoro immateriale e post-fordista, sia dal punto di vista della produttività e sia dal punto di vista dello stress lavoro correlato.
  • Il lavoro a distanza consente di affrontare in modo immediato ed economico il problema della mobilità, la congestione del traffico nelle grandi città e il pendolarismo.
  • Di conseguenza, il lavoro a distanza potrebbe ridurre immediatamente l’inquinamento e le malattie ad esso correlate.
  • Il lavoro a distanza favorisce la partecipazione sociale, la vita politica, il piccolo commercio, la qualità degli ambienti urbani e la tenuta del tessuto dei territori extra-urbani.
  • Il lavoro a distanza è una forma di tutela per quelle categorie di lavoratori che temporaneamente o permanentemente devono farsi carico di problemi di salute e/o lavori di cura.

Gli interventi sono stati di tre tipi. Alcuni hanno raccontato esperienze attualmente in essere. Altri hanno analizzato il fenomeno in PA, valutandone impatto e benefici. Altri ancora sono stati di riflessione intorno alle opportunità e alle difficoltà.

Dico subito che la prima categoria di interventi mi ha deluso. Tutte le esperienze raccontate – perfino quella entusiasmante della provincia di Trento – hanno evidenziato l’esigenza di limitare e circoscrivere il dispositivo. Nessuno ha avuto il coraggio, finora, di concepire un lavoro davvero smart: vengo in ufficio quando è necessario. Tutti hanno ceduto alla preoccupazione dell’isolamento – ma secondo me soprattutto al timore di sbagliare qualcosa – e hanno regolato il rientro settimanale.
Io, che lavoro a casa da anni, trovo questa prassi davvero primitiva e aberrante. Il rientro settimanale non ha nulla a che vedere con il flusso del lavoro e nemmeno agevola il rapporto con i colleghi, che potrebbero essere in altre sedi, potrebbero aver da fare e, soprattutto, potrebbero essere in telelavoro, ma con altri giorni di rientro!
L’unico piano ragionevole, per me, è quello della socialità generica: il caffè al bar, le chiacchiere in corridoio, la compagna o il compagno di stanza. Un piano, questo, che non può essere governato dai regolamenti.

Già, perché non tutti hanno a cuore questo tipo di socialità. Siamo persone adulte, la porta dell’ufficio è comunque sempre aperta, che senso ha imporre quelle chiacchiere in corridoio a chi non ne sente il bisogno? Che senso ha sottrarre un lavoratore al suo flusso di lavoro ordinario per costringerlo a giornate che non sa utilizzare? L’abbiamo detto prima: il lavoro a distanza è anche un dovere sociale, per la nostra salute e le nostre comunità. Poiché a nessuno viene in mente di adottarlo in forma di necessità sociale, perché limitarne l’utilizzo?
E non solo. Il lavoro a distanza è occasione di pratiche sociali meravigliose e ormai perdute: l’orario di ricevimento dei professori dei figli, le chiacchiere col panettiere, i rapporti di vicinato. Chi lavora in ufficio sembra non saperlo più, ma là fuori c’è un mondo da scoprire.

Quindi, dal mio punto di vista, un po’ di delusione per l’uniforme mancanza di coraggio, mi aspettavo un po’ di più.

Ancora, sempre in queste testimonianze, una preoccupazione eccessiva per l’equipaggiamento tecnologico. Ho letto cifre che mi sembravano davvero eccessive per portare il collegamento a Internet nelle case dei lavoratori, ho sentito di software allestiti apposta per le comunicazioni a distanza, di sopralluoghi e verifiche per valutare l’idoneità degli spazi di lavoro domestici. Siamo davvero sicuri di aver bisogno di tutto ciò? Dobbiamo essere aiutati ad usare un computer?

Nonostante queste farraginosità, le testimonianze sull’impatto sono tutte estremamente favorevoli. Sono favorevoli le valutazioni soggettive, delle persone che hanno scoperto un rapporto tra vita e lavoro estremamente virtuoso, e sono favorevoli le valutazioni in termini di risparmio e produttività. Se, infatti, è difficile costruire una misurazione della produttività in PA, è vero anche che nel mondo del lavoro a distanza ci si prova, con indicatori e valutazioni, a differenza invece di quanto accade per chi rimane in ufficio. L’egregio lavoro della Provincia di Trento, inoltre ha messo in luce quanto il rapporto con la cittadinanza ne abbia giovato. Ancora più convincente, poi, la voce del risparmio. Il Comune di Torino ha portato i suoi dati, evidenziando quanto il solo risparmio della mensa abbia oltrepassato tutte le spese per l’infrastruttura tecnologica e quanto le assenze per malattia si siano ridotte della metà. Nessuno dubbio!

E allora perché il telelavoro non decolla? Le opinioni del terzo tipo di interventi hanno attraversato territori che vanno dall’inadeguatezza delle leggi a quelle dell’infrastruttura della rete, dall’insufficiente preparazione dei dirigenti e dei lavoratori al bisogno di controllo a vista. Tutte considerazioni valide, che provo a elaborare in una sintesi.

  • Il dispositivo legislativo c’è, ma evidentemente è insufficiente. Oltre ad essere già superato per quanto riguarda le valutazioni tecnologiche, è un dispositivo che apre moltissimi spazi, ma non impone nulla. Poiché le altre resistenze fanno il resto, forse occorre che il dispositivo si configuri come una rigorosa necessità e non come un’opportunità da raccogliere su base facoltativa. Dal punto di vista delle Amministrazioni, il lavoro a distanza dovrebbe essere un dovere, dal punto di vista dei lavoratori un diritto.
  • Alcune resistenze provengono dai sindacati, che temono che il lavoro a distanza sia strumento di esclusione o di aggiramento dell’orario di lavoro. È un argomento complesso, che certamente non può essere liquidato in poche battute. Uno strumento di base, comunque, è che il telelavoro debba essere configurato sempre come diritto e mai come dovere. Sancito questo principio di base, il lavoro a distanza può essere strumento di cui il lavoratore dispone, non l’Amministrazione.
  • L’equipaggiamento tecnologico può essere importante, soprattutto per alcuni lavori. Ma molto spesso è sufficiente il telefono e la posta elettronica. Il catalogo degli strumenti disponibili a chiunque (da Whatsapp alle VPN) copre la maggior parte delle esigenze allo stato attuale delle tecnologie italiane.
  • La preparazione dei dirigenti e dei lavoratori è fondamentale. Mi ha fatto benevolmente sorridere il lavoro svolto dalla Provincia di Trento, senza ricorrere a troppo complicati giri di parole, sull’age management. La PA, con il blocco del turn-over, è gravata dall’età della popolazione lavorativa, che soffre di una difficoltà nell’approfittare dell’innumerevole catalogo di strumenti di relazione tra le persone, nell’era di Internet. Occorre perciò stimolare la confidenza con questi strumenti in tutti i lavoratori, ad iniziare dalla dirigenza che non deve sentirsi smarrita se il lavoro viene consegnato con una mail arrivata all’improvviso. Anche la dirigenza deve sperimentare il telelavoro, si è detto. Eh, sì. Bene!
  • Infine, il controllo a vista. Già, inutile negarlo: questo è un ostacolo di mentalità duro a morire. Anche se la maggior parte dei dirigenti non può sapere se quella persona del suo organico sta lavorando o facendo un videogioco, si sente confortato nel vederlo là, nel vedergli fare le ore. Vale molto più questo che una mail recapitata di domenica, o a mezzanotte. Questo, probabilmente, è il territorio più difficile da conquistare, perché non si appoggia ad una logica, ma solo alla sicurezza delle consuetudini.

Ne è emerso, tutto sommato, un quadro molto positivo in termini di atmosfere. Siamo lanciati in un processo che non si può arrestare, può solo essere più o meno veloce.

La scommessa a cui siamo chiamati, a questo punto, non è telelavoro sì / telelavoro no. La scommessa è comprendere se il lavoro immateriale a distanza riuscirà ad essere patrimonio di questa generazione, della prossima o della successiva ancora, non di più

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