Idee per il progetto collettivo di una radio in streaming

Premessa

Avere una radio in streaming è un progetto praticabile, che appaga il bisogno e l’entusiasmo di chi è appassionato di musica e di chi ritiene che sia un modo per attraversare confini, barriere, costi e differenze.

L’ho già fatto, è stato emozionante. Mi piacerebbe rifarlo in un collettivo.

Una radio in streaming è anche una sfida più complessa di quello che sembra. A meno di non voler delegare, cioè rinunciare.

Occorre confrontarsi con lo scenario particolare della rete, con la sua ageograficità, con ascoltatori che non hanno né lingua né timezone e con un interminabile e fluttuante catalogo di caratteri.

Poi ci sono le questioni legali, le spese, la necessità di un impegno che  sappia dare a se stesso continuità, l’uso avanzato degli strumenti IT.

E poi ci sono le differenze. Sì, c’è chi come me pensa che le differenze siano un’opportunità, ma le differenze devono essere conosciute, riconosciute, accettate, amministrate e valorizzate. Costruire un collettivo è bello e difficile.

È difficile. E proprio per questo è elettrizzante.

Ne parlo qua proprio perché voglio condividere la mia idea. Come qualcuno sa già, ho una piccola esperienza: un grandissimo successo come one man endeavour, una piccola cosa rispetto a ciò che può fare in gruppo.

Allora ne parlo qua, è un modo per condividerlo. Butto giù il mio punto di vista e aspetto delle critiche.

Cos’è una radio in streaming (secondo me)

Una radio in streaming è una collezione di flussi simultanei e ininterrotti di musica, con un carattere preciso e un’armonia d’insieme, ascoltati da persone che utilizzano abitualmente dispositivi connessi ad Internet, persone assetate di musica che usano quei dispositivi per alimentare la loro insaziabile avidità di suoni e di emozioni, persone che hanno voglia di un flusso ininterrotto di linfa da iniettare nelle loro esigentissime vene auricolari.

Queste persone, così esigenti e attratte, sono equipaggiate con casse mostruose o cuffie di grandi qualità, hanno una buona connessione ad Internet e sanno come utilizzarla al meglio. Hanno uno, due, tre computer sottomano e trascorrono ore a cercare di placare la loro sete.
Hanno, queste persone, bisogno di un flusso interminabile, amano scoprire e approfondire. Hanno coraggio estetico e sono destrutturate. Non sono soddisfatte del mainstream. Hanno superato il concetto di brano e hanno sviluppato il concetto di mood.
La mia radio si chiamava Moodcast.

L’interminabilità del flusso è uno dei caratteri che contraddistingue la radio in streaming. In rete non ci sono orari né confini culturali. La musica è l’unica lingua transnazionale e può parlare a tutti.

Una radio in streaming ha diversi canali.

Una radio in streaming verrà ascoltata nelle favelas di Rio e nelle vetrose case di Reykjavík. Verrà ascoltata nelle serate di Wellington che sono simultanee alle grige albe di Berlino. Verrà ascoltata tra gli idiomi gutturali di Mumbay e l’armoniosa durezza di Irkutsk. Verrà ascoltata a New York mentre gli scugnizzi alluccano nei vicoli di Napoli.

Non è una mania di grandezza, sarà proprio così.

Una radio in streaming non trasmette pubblicità di alcun genere, se non a se stessa.

Cosa NON è una radio in streaming (secondo me)

Una radio in streaming non è una radio tradizionale.
Non ha le stesse modalità di ascolto. Non viene ascoltata in auto e non viene ascoltata distrattamente. Non viene nemmeno ascoltata attentamente, perché i suoi ascoltatori sono davanti a un computer, hanno avviato i loro player preferiti e non sono né in discoteca né al supermarket. Una radio in streaming non è buona per ogni momento e non è buona per tutti. È per chi ha voglia di una armoniosa e sostenibile inondazione di musica.

Una radio in streaming non è una radio locale.

Una radio in streaming non è un video di YouTube. Non è una fruizione occasionale, frammentata, sparsa. Non è una cosa fica di cui vantarsi con gli amici, non è alla moda e non si ascolta al cellulare. Una radio in streaming accompagna un pomeriggio di lavoro, la serata di un locale, una cena.

Una radio in streaming non è un’enciclopedia musicale. Non deve raccontare, parlare, spiegare. La musica parla da sola e nessuna parola deve spezzare il flusso. La tecnologia fornisce titoli o autori, chi vuol saperne di più è già al computer e apra Wikipedia o LastFM. Se abbiamo informazioni originali avremo anche un blog.

Una radio in streaming non è un allegro sito colorato né un social network. Non è pensata per essere usata per forza attraverso un portale, vive senza browser, non fa assistenza, non ha bisogno di continui click e mi piace. La musica parla da sola.

Una radio in streaming non è una radio “per tutti i gusti”. Una radio in streaming ha un carattere specifico per ogni canale e di quel carattere ha rispetto e osservanza. È un flusso ininterrotto che accompagna e genera umori e stati d’animo ben precisi. Una radio in streaming non insegue nessuno.

Una radio in streaming non ha bisogno della diretta. La destrutturazione oraria anzi priva di senso questa idea. Quella linguistica pure. Si può alimentare la musica in diretta – anche da casa – ma ha senso farlo solo in occasioni particolari che potrebbero non verificarsi mai.

La musica, il collettivo e il carattere

Quando penso a rendere collettiva la mia idea ciò che mi spaventa di più è la disomogeneità dei gusti musicali.

Ciò che rende identificabile una radio è il carattere. Le radio, in Internet, sono almeno 50mila. Ciò che rende uniche alcune di esse è il carattere. E il carattere è tutto nella qualità del flusso di dati, nella musica, nell’emozione che trasmettono a chi ha voglia di riceverla.

Come si fa a rendere uniforme il gusto di un collettivo? Probabilmente non si può, se non con il tempo e con le fantastiche contaminazioni di cui noi tutti siamo assetati.

Una parte del lavoro da fare è proprio quella di costruire un carattere collettivo, approfittando dell’opportunità dei canali multipli – che consentono alle differenze di convivere – ma senza perdere un’identità tutta da formare.

L’inizio è difficile e caotico.

L’impegno

Una radio in streaming richiede meno impegno quotidiano di quello che sembra. La musica può accumularsi lì, le playlist possono durare decine e decine di ore, non occorrono dirette.

Inoltre ad una radio in streaming si lavora da casa, tè, caffè, vino, giorno, notte, ciascuno a modo suo. E si lavora ascoltando musica, è bello. L’impegno è quello di scoprire e alimentare la musica, che è facile, lo facciamo già ciascuno per sé.

Ma l’impegno è anche quello di pulire, di censurare quello che è inappropriato o stantio. È anche quello di normalizzare le playlist che inizialmente si allungano indefinitamente, è quello di gestire i tag, quello di normalizzare i volumi, quello di convertire i formati, quello di alimentare il sito.
E poi è quello dei social network, sia specializzati e sia generici.

C’è un impegno manageriale.

E poi c’è il collettivo, che è a sua volta un impegno.

L’impegno che occorre è a lungo termine. È quello di continuare ad esserci, dopo il primo mese e il primo anno. È quello di non lasciarsi andare ai facili entusiasmi, all’inverno che ci tiene a casa che sarà seguito da un’estate sempre in giro. È la parte più difficile.

La tecnologia

Una radio in streaming è una collezione di server in esecuzione in un host in Internet. Occorre mettersi dall’altra parte del cavo. Imparare ad usare gli strumenti di lavoro quando ci sono e a costruirne quando non se ne trovano. Non c’è posto per il «non lo so fare» e per il «me lo fai tu?», non avrebbe senso.

Una radio in streaming non è un blog o un post in un forum. Non basta in click e non ha una multinazionale alle spalle che ti offre strumenti, bisogna inventarla.

Una radio in streaming ha bisogno di idee e di soluzioni, non può funzionare per delega. Non è un’azienda che scaraventa tutto sugli specialisti.

La disponibilità della tecnologia inoltre costa. Costano gli apparati di base e costa la connettività. E costano gli strumenti, i software specializzati, i servizi di assistenza, le garanzie di continuità.

La conoscenza della tecnologia aiuta a contenere i costi, perché «non lo so fare» ha un costo, sempre. Ma anche la conoscenza ha un costo, in termini di tempo e fatica. Il bilancio non sarà mai semplice.

La maledetta questione dei diritti

E dal punto di vista legale?

Chi ci capisce è bravo. La legge, si sa, è sempre la legge del più forte. Non ha importanza che non sia chiaro quale sia la legge ad essere in vigore, di quale stato.

Di certo l’agenzia italiana pretenderà il suo pizzo, non appena scoperti.  Non ti chiedono di certo se i tuoi server sono in Romania o Mongolia, né se i tuoi ascoltatori sono in Bolivia o in Siberia. Ti chiedono il pizzo e basta, poi sta a te trovare il modo per difenderti. E come si fa?

L’approvvigionamento di musica

La musica può essere trovata a costi molto contenuti.

I costi

Messi insieme i costi per gli apparati di base e le spese per la musica, il mio conto va a finire sui mille euro all’anno. È più un conto fatto a fiuto che una pianificazione. Poi ci vorranno le spese per i software che io ritengo non essenziali, ma senza i quali moltissimi saranno disorientati. Delegare è mortale.

Le entrate

Entrate? Quali entrate?

Mi vengono in mente solo tre tipi di approvvigionamento: il proprio portafogli, il Donate di PayPal e il sostegno esterno.

Tre punti tutti deboli. Bisognerà inventare.

L’esistente e gli esempi migliori

Le radio in streaming del mondo, in buona approssimazione, sono elencate qua: http://www.shoutcast.com/
Poco importa se ciascuna di queste ha un proprio sito e una propria modalità di presentazione, i flussi di musica sono quelli, i giocattoli per gli smartphone o i player per i browser si fanno dopo, se serve.
Quello è anche il punto di partenza di qualsiasi radio. Con i propri pochi ascoltatori e con i propri generi e brani bisogna distinguersi nell’elenco, la rete poi amplifica con i suoi modi.

L’esempio più bello secondo me è SomaFM: http://somafm.com/
31 canali di musica indipendente o alternativa, ciascuno con un proprio carattere. Sì, certo, vengono da un’esperienza decennale come radio tradizionale dell’area di San Francisco. A mio modo di vedere, sono un’eccellenza.

La domanda

Vi interessa?

 

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