Informatica: equivoci semplici, soprattutto negli ambienti di lavoro della PA

Quando lavoriamo cerchiamo soluzioni di questo tipo per risolvere problemi: http://sergiovaccaro.it/accesso-sshsftp-ad-un-host-remoto-tramite-php-con-scambio-di-chiavi/
In quel caso si trattava di eseguire il trasferimento di molti file da un host di produzione all’altro, con criteri di selezione.

Per ottenere questi risultati, ci sono due modi.

C’è quello di far salire l’adrenalina e buttarsi a testa bassa sulla prima soluzione che viene in mente, fosse anche quella di affollarsi tutti a stampare i file, portarli in sala server e copiarli a mano.
Un lavoro immenso, un sacco di persone, una grande fatica, un tempo interminabile, uno strascico di errori, gente che resterà in ufficio fino alle nove, che darà grande soddisfazione ai deliri di onnipotenza di certi capi e dei Calderoli di turno. «Da noi si lavora tantissimo.»

E poi c’è il metodo raccontato là (o tanti altri simili), che è il contributo che possiamo dare noi. Una mattinata a casa a studiare le pieghe di certe tecnologie, la scrittura di un documentino, un programma di esempio, una realizzazione.
Un lavoro elegante, che produce risultati in tempi brevi, ben dispiegati negli ambienti di produzione, riproducibili e a prova di errore umano. In informatica, si sa, un lavoro ben fatto è un lavoro che non si vede.

Qual è il ruolo che si vuole che noi abbiamo in un contesto lavorativo?
Aiutare anche noi a portare le stampe in sala server o trovare soluzioni di quel tipo?

Credo che il primo obiettivo che si debba cercare è «lavorare meno perché si lavora con intelligenza», non «lavorare tanto perché non sappiamo come fare».
Ne gioverebbe il risultato, oltre che la qualità della vita.

Certo, come si fa ad introdurre questi concetti in un ambiente non specializzato? La differenza tra i due approcci è caratteriale, umana, culturale – non si cambia la testa delle persone.
Però da qualche parte si può iniziare.

Si può iniziare rimuovendo alcuni equivoci.

Cerchiamo di lavorare poco

Chi si sforza tanto per ottenere un risultato che un altro ottiene con sforzo minore non ha lavorato di più, ha solo faticato di più.

Certo, in un meccanismo lavorativo organizzato come una fabbrica dell’Ottocento – in cui è solo il conto ore ad essere davvero misurabile – chi ha passato tutto il giorno ad eseguire un task «non si è fermato un attimo». Chi invece in un’oretta ha finito la stessa operazione «ha passato tutto il giorno a bighellonare», magari “trastullandosi” a studiare nuove cose.

Questo vuol dire premiare la minor professionalità.

Stabiliamo il principio che chi lavora poco è più bravo di chi lavora tanto, se il risultato è lo stesso.
Non è questione di gloria, chi lavora poco per lo stesso risultato avrà il tempo per continuare a curare la propria crescita, sottraendosi al gorgo del fare che impedisce il saper fare. Ma in molti contesti lavorativi vale il contrario: chi è più competente viene trattato come un servo, a vantaggio di chi sbandiera il principesco «non lo so fare». Spesso è il «non lo so fare» ad essere premiato.

Premiare il «non lo so fare» vuol dire consolidarlo.

Chi sa cos’è l’informatica?

Quelli che ripetono continuamente la parola «informatica» quasi sempre ne ignorano il significato.

Prendo Wikipedia e salto il senso semantico del termine, perché poco adatto agli ambienti di basso livello culturale. Ma attenzione, nel lavoro ci sono inquadramenti contrattuali e formali di cui si deve tener conto.
Ma veniamo al paragrafo «Informatica pratica e informatica teorica», che sicuramente è l’unico che interessa. Copio e incollo la prima parte.

Esistono frange di persone che confondono l’informatica con aree vocazionali che tipicamente riguardano l’utilizzo di software applicativo e che comprendono il semplice utilizzo di programmi per l’ufficio, il navigare sul web o il gaming. L’informatica invece vede editor di testo, browser e videogame come semplici strumenti di lavoro o svago. Quello che interessa, nell’informatica pura, non è tanto saper usare i cosiddetti applicativi per come essi si presentano, quanto piuttosto capirne, tramite ad esempio l’analisi del codice sorgente, la struttura ed eventualmente saperla migliorare con l’uso di algoritmi più efficienti sotto diversi criteri (uso di memoria, numero di istruzioni, parallelismo, …).

Per i detrattori di Wikipedia, cito anche la Treccani, ancora alla voce informatica:

Scienza che studia l’elaborazione delle informazioni e le sue applicazioni; più precisamente l’informatica si occupa della rappresentazione, dell’organizzazione e del trattamento automatico della informazione. Il termine informatica deriva dal francese informatique (composto di INFORMATion e automatIQUE, «informazione automatica») e fu coniato da P. Dreyfus nel 1962.
L’informatica è indipendente dal calcolatore che ne è solo uno strumento, ma è chiaro che lo sviluppo dell’informatica è stato ed è tuttora strettamente legato all’evoluzione del calcolatore

E più avanti.

Per quanto riguarda le conoscenze necessarie per interagire con l’ambiente virtuale (per es., per la ricerca di particolari informazioni sulla rete o per scambiare messaggi di posta elettronica), un aspetto ricorrente è che le conoscenze in oggetto solo in parte vengono apprese nelle strutture formative. In larga misura esse vengono apprese sul campo, utilizzando i programmi disponibili localmente o in rete per scopi di lavoro o di svago, navigando nella rete, guidati dalle istruzioni via via fornite all’utente.

Non sembrano esserci molti margini: chi usa uno strumento non è un informatico, è una persona che svolge un’attività, ad esempio un lavoro.
L’informatico invece è colui che lo strumento lo costruisce. Anzi, è colui che lo progetta, allo scopo di fornire a chi svolge l’attività un apparato che la consenta o la agevoli.

E il processo di apprendimento è autonomo. Chi si affida alla formazione si sta sottraendo alla conoscenza stessa.

Dunque chi svolge un lavoro non è in diritto di delegare le proprie competenze. E può ricorrere al supporto di un informatico solo nella piena consapevolezza che lo sta sottraendo al suo lavoro, disturbando la sua produttività e capacità di autoformazione e chiedendogli di eseguire attività che per lui non sono abituali. In altre parole, chi si rivolge all’informatico per svolgere il proprio lavoro corrente si sta rivolgendo ad un dilettante, rivelando in tal modo un dilettantismo evidentemente ancora maggiore.

E non solo.
Chi ritiene che le proprie competenze siano in carico ad altre responsabilità rispetto alla propria (la lagna della formazione e del corso) sta negando proprio le basi della costruzione della conoscenza dei propri strumenti. È la Treccani a dirlo, non quegli “hacker” di Wikipedia. E se mancano le basi…

Occorrerebbe, insomma, ristabilire i concetti in gioco in ambito lavorativo. Darsi delle regolette lessicali è utile di facile realizzazione.

Il tempo per lavorare e il tempo per imparare

Un altro equivoco drammaticamente frequente riguarda ancora il senso del tempo.

Il tempo impiegato all’acquisizione di nuove conoscenze è il vero tempo virtuoso, altro che tempo perso.

Quando si fa fatica a comprendere uno scenario o ad usare uno strumento nuovo dovrebbero accendersi tutti gli special della crescita, del miglioramento della professionalità, dell’impennata della competenza, dell’aggiornamento, dell’aumento del rapporto tra risultato e sforzo.
Chi sa lavorare trova perfino eccitante questo meccanismo, perché sta mettendo in saccoccia il sollievo da alcune fatiche future e una capacità di produrre risultati che prima non possedeva.

C’è invece chi corre subito da chi «ci mette di meno», mutilandosi della capacità di svolgere lavori futuri, di comprendere il proprio stesso operato perché delegato, perfino di valutare la qualità dei propri risultati – già, ci sono strumenti anche per quello.

Ecco perché si ricorre all’«informatico». L’informatica sembra essere quella comunità di persone che ha a cuore la propria crescita, contrapposta a chi si sente già vecchio, andato, finito, inutile, capace al massimo di ripetere sempre e sempre gli stessi gesti, senza intelligenza.

Equivoco lessicale o meno, potrebbe e dovrebbe essere chiaro che nell’era in cui l’informazione viaggia su binari automatici l’evoluzione dei saperi e degli strumenti è l’unico lavoro realmente sensato, per gli «impiegati di concetto» (vecchio termine, che ancora mi piace).

C’è chi ritiene che rifugiarsi nello svolgimento di quanto già portato a compimento in passato sia la migliore garanzia di qualità lavorativa. Niente di più disastroso. La ripetizione è il lavoro delle macchine, quello degli umani è l’apprendimento e l’invenzione.

La negazione di questo principio è la causa del rendimento disastroso delle PA, ne sono molto convinto.

Informazione ed energia

C’è quindi da rimuovere un ulteriore assunto: «con l’informatica si fanno cose informatiche».

All’università ho studiato cibernetica, che è stata definita così: «lo studio della natura vista attraverso gli scambi di informazioni», contrapposta alla fisica che studia la natura attraverso gli scambi di energia. Eravamo negli anni ’90, prima di Internet.
Con quell’approccio, si scopre, tutto quello che avviene può essere interpretato e determinato in chiave di informazione.

Pochi anni dopo l’informazione è diventata il nuovo petrolio.

Disporre di strumenti intellettuali e materiali per il trattamento delle informazioni determina qualsiasi processo dell’esistenza.

E a maggior ragione vale per il lavoro immateriale e cognitivo.

Non occorre ripetere quello che già sappiamo a proposito di come Internet ha cambiato la nostra vita. Quello che ancora non sembra del tutto chiaro è come gli strumenti hanno cambiato le attività produttive. Eppure i lavoratori del pubblico impiego trascorrono le giornate al computer. Se ne accorgono?

Dunque il computer non è un capriccio per giovani disoccupati che si trastullano con Facebook. È lo strumento davanti al quale trascorriamo le nostre dannate giornate di lavoro, è attaccato a noi come un maledetto innesto corporale, una protesi esistenziale che anche se circoscritta all’orario di lavoro è parte integrante di tutto quello che facciamo. Non è questione di «mi piace» o «non mi piace», è uno strumento di governo (e malgoverno), anzi un contenitore di strumenti. Quello che facciamo senza passare per il computer, a pensarci bene, è quasi nulla.

E il motivo è quell’asserzione vincente con cui è stata definita la cibernetica, in quell’aula. Sarà proprio per via degli strumenti, ma solo chi è in grado di governare l’informazione è in grado di svolgere un lavoro cognitivo. (E sfido chiunque anche a spingere una carriola se non sa cosa metterci dentro, dove andare e perché farlo.)

Allora l’assunto è «con i mezzi forniti dall’informatica faccio quasi tutto».  Il punto è scoprire se uso gli strumenti giusti, se ce ne sono di migliori, se la crescita delle mie competenze mi consentirà di svolgere un lavoro meno faticoso producendo risultati maggiori. Occorre capire se altri riescono a svolgere attività simili alle mie con fatica minore e effetti migliori.

Calma allora. Inventiamo nuovi modi di lavorare, chiediamo agli informatici (questo sì) strumenti di lavoro che ci sollevino dalla ripetizione e dal risultato mediocre. Fermiamoci, studiamo, impariamo. Facciamo cose, avvalendoci di ogni mezzo necessario. Anche l’informatica.

Chi l’ha capito?

 

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